Castello Incantato

 

Alle falde del Monte Kronio e a pochi chilometri da Sciacca, sorge il “Castello Incantato”, suggestivo museo all’aperto, ricco di mistero e fascino.

Uno spettacolo creato dall’inventiva dell’uomo e della natura, dove, oltre agli ulivi e ai mandorli, sorgono migliaia di teste scolpite sulla roccia, sui rami e sui tronchi degli alberi a opera dell’artista saccense Filippo Bentivegna, detto “Filippu di li testi”.

Il luogo riveste una grande rilevanza turistica per la sua unicità.

La storia personale di Bentivegna fu inconsueta e bizzarra ed è fondamentale per comprendere il suo operato artistico ed è strettamente legata al suo mondo immaginario ed incantato fatto di teste umane scolpite nella pietra.

Nato a Sciacca il 3 Maggio 1888, figlio di pescatori, a causa delle misere condizioni economiche, vive nell’alfabetismo e nella precarietà. A vent’anni, nel 1908, si arruola nella marina e vi rimane fino al 1912. Povero e disoccupato, nel 1913 emigra negli Stati Uniti, prima a New York poi a Chicago dove è assunto da una compagnia che lavora alla costruzione delle grandi linee ferroviarie.

Lì la vita si rivelò per lui alquanto amara, non riuscì ad inserirsi né a convivere con persone che avevano idee troppo diverse dalle sue, basate sulla discriminazione razziale e sulla sopraffazione. Per la sua indole e per le sue idee poco conformiste venne duramente emarginato.

Si racconta che la sua ispirazione artistica sia legata all’amore per una donna. Innamoratosi di una giovane americana il saccense è coinvolto in una rissa dal rivale in amore da cui viene violentemente malmenato. Il conseguente trauma gli provoca alterazioni psichiche rimaste celate sino a quel momento. Tornato a Sciacca per curarsi, Filippo Bentivegna è ormai un uomo completamente diverso.

Acquista un piccolo podere nell’attuale Contrada S. Antonio, iniziando la sua nuova impulsiva vita d’artista involontaria. Analfabeta e mai interessato ad alcuna forma d’arte, comincia a dipingere e scalpellare alberi e massi che estraeva dalle pareti rocciose, sviluppando una forma d’espressione “inconsapevole” che gli permette di sviscerare i propri ricordi sublimandoli. La sua arte ha come unico soggetto le teste umane d’ogni forma e dimensione.

Le sue sculture sono tutte diverse e raffigurano personaggi famosi e non, a cui dava anche un nome e che, nel suo immaginario, rappresentavano i sudditi del regno che egli aveva creato (il giardino incantato) e di cui era il “Signore”, amava infatti farsi chiamare dalla gente “Sua Eccellenza”.

Al centro del podere sorge la casetta dove il Bentivegna viveva, le cui pareti sono decorate da disegni raffiguranti grattacieli che ricordano il suo soggiorno in America e un pesce che contiene nel proprio ventre un pesce più piccolo che forse simboleggia la traversata dell’artista all’interno della nave che lo condusse a New York.

Teneva in gran conto una sua opera composta da alcune teste terminanti in una specie di fallo, definito da lui “chiave dell’incanto”.

Si dice che si aggirasse per le vie della città con in mano un corto bastone che reggeva come fosse uno scettro, autoproclamandosi “Signore delle caverne” per i numerosi cunicoli che scavava nella terra per trovarvi energia.

Filippo Bentivegna trascorse gran parte della sua vita nel proprio podere e, in solitudine, vi rimase fino alla morte avvenuta l’1 marzo 1967.

L’anno successivo alla morte di Bentivegna, con il suo lavoro in stato di abbandono e talvolta  oggetto di furto e sciacallaggio, arriva a Sciacca un collaboratore di Jean Debuffet (teorico dell’ART BRUT) che riconosce l’importanza artistica dell’opera del “Pazzo di Sciacca”.

Oggi alcune teste di Bentivegna sono esposte al museo dell’Art Brut di Losanna, istituito in memoria di Dubuffet.